Sindrome della tana o della capanna

Quando parliamo di Sindrome della tana o della capanna sembra ci si riferisca ad una malattia conclamata che prevede anche una terapia.

In realtà abbiamo notizia di questa “nuova malattia”, se così possiamo chiamarla, da quando è comparso il virus, il Coronavirus, nelle nostre vite. Ci siamo tutti adattati in qualche modo a sopravvivere e resistere. Non è così che la natura garantisce la continuità della specie? Abbiamo sposato regole e seguito consigli, ogni tipo di avvertimento ha costituito la possibilità di benessere individuale e di famiglia.

Ogni bollettino ha richiamato l’attenzione e la responsabilità di genitori, figli e anziani. Le attività di lavoro e scolastiche fermate e ristrutturate in forme virtuali, hanno permesso la
continuazione delle varie forme lavorative e di istruzione, trattenendo tutti dentro le mura domestiche, rivelatesi più o meno adeguate in termini di spazi vitali. Così è stato per milioni di italiani, e di altri abitanti del pianeta. Una condizione che ha creato la massificazione di interventi di prevenzione.

Ognuno, individualmente, portatore di una sua storia, abitudini, e filtri cognitivi, emotivi e comportamentali, ha tuttavia reagito allo scadere del termine delle norme restrittive, in modo differente. Uscire di casa, uscire dalla propria stanza? Per- ché? Con quale obiettivo? Abbiamo in questo periodo di circa 100 giorni, risparmiato denaro, tempo, risorse psicologiche, anche evitato confronti, scontri, quelle relazioni più o meno soddisfacenti, addirittura scomode. La casa è diventata riparo, la tana, la capanna di chi si difende dalle belve feroci. Il virtuale ci ha invece permesso l’essenziale, rapporti la- vorativi e anche affettivi, nonostante tutto.

All’improvviso ora, il ritorno alla vita diciamo così normale: una nuova disponibile socialità, una ripresa timida degli spostamenti, la tutela attraverso maschere e guanti, sanificazioni varie, a protezione della salute ecc. Come le persone reagiscono e reagiranno a tutto ciò? Come lo faranno i giovani, i ragazzi? Aver vissuto tre mesi chiusi, all’ombra del rapporto di coppia, coi genitori, coi fratelli, figli, prima forse, perfetti sconosciuti, riassaporare legami che potevano sembrare scaduti nella consuetudine, ha di certo provocato nuove reazioni e aspettative.

Oppure ha mostrato una realtà molto più protettiva. Paura di uscire, agorafobia si chiama (alla base insicurezza, disistima, mancanza di personalità strutturata) paura degli spazi aperti e desiderio di rimanersene nella propria area, divenuta invece ora ben nota, garantita, la zona di comfort.

Paura del contagio, degli stimoli esterni, nemici pericolosi per la salute, paura infine di morire. Mentre la TV ripercorre la storia appena vissuta: immagini drammatiche di morti e morti e ospedali stracolmi di malati., oltre alla fosse comuni.

Domanda: perché uscire? Occorrono obiettivi, garanzie di ripresa, possibilità di spendere, di muoversi in sicurezza, toccarsi senza rischi, abbracciarsi, baciarsi.

Altrimenti la domanda è: perché uscire?

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